Mio figlio è anche cittadino italiano.Il mio paese come lo difende?

Posted on 11 novembre 2009 di

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Italiani all’estero, Massimo Moltoni: “Mio figlio è anche cittadino italiano. Il mio Paese come lo difende?” – di Barbara Laurenzi

Ancora genitori divisi dai figli. E ancora Jugendamt. Un nostro lettore obbligato a vedere il figlio solo dieci volte l’anno per mezz’ora chiede l’aiuto delle istituzioni, dopo la latitanza del consolato italiano in Germania.

di Barbara Laurenzi

Una storia come ce ne sono tante. Due persone si incontrano, si innamorano e decidono di avere un figlio. Poi, però, i sentimenti cambiano. Fin qui nulla di strano. Tutto nella norma, nel 2009 e con la famigliola del Mulino Bianco che ha definitivamente ceduto il passo a separazioni e nuclei allargati.

La particolarità è che il racconto è ambientato in Germania dove, come testimoniano le lettere che continuano ad arrivare alla redazione di Italiachiamaitalia.com, il sistema di giustizia familiare sembra essere sempre più ‘giusto’ nei confronti del genitore tedesco.

Questa volta è Massimo Moltoni a parlarci della sua storia che, anche in questo caso, si intreccia con le volontà dello Jugendamt. Massimo è italiano, ha avuto un figlio da una donna tedesca senza aver celebrato alcun matrimonio. “Nulla di strano, nel 2009” starete di nuovo pensando. Invece qualcosa di diverso c’è, visto che in Germania il padre non sposato non ha la patria potestà sul piccolo, anche se lo ha riconosciuto. Questo significa che, in caso di morte della madre, il piccolo verrebbe affidato a un istituto. “Come si possono imporre leggi così barbare all’intera Europa? – chiede Massimo -. Mio figlio è anche cittadino italiano”.


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Quando Massimo e la madre di suo figlio si lasciano, il bimbo rimane con lei. Massimo lo incontra alcune volte a Dusseldorf, sotto l’occhio vigile dei soliti controllori, ma dopo poche visite gli viene comunicato che il bimbo è “stressato” ed ha problemi di sonno, dovuti agli incontri con il padre. La visita successiva viene interrotta prima dell’orario stabilito e dopo 10 giorni arriva, puntuale, una lettera in cui l’avvocato lo avvisa che la madre ha consultato una psicoterapeuta infantile, dalla cui perizia emerge la necessità di interrompere le visite finché il bimbo avrà l’età di comprendere, quindi fino ai 6 anni. L’insindacabile parere di un’esperta? Forse, peccato che sia stato dato via telefonica, a 500 chilometri di distanza e senza vedere in faccia il bambino.

Massimo non vede né ha notizie del figlio per sette mesi. Finalmente arriva il 13 maggio 2009, giorno del processo. Con l’occasione il papà italiano chiede al giudice di poter incontrare il bambino. “In tribunale si prendono meravigliosamente gioco di me – ci racconta Massimo -: fanno finta di appoggiarmi, il mio avvocato e l’interprete mi dicono di non parlare perché “va tutto bene”. Invece hanno già messo in marcia il meccanismo che mi allontanerà definitivamente da mio figlio; mi concedono generosamente un’ora con mio figlio in un giardino pubblico, ma sotto controllo. Sto quattro giorni in città, non vedo il bimbo da sette mesi e mi si dà un’ora?”.

Anche un’ora, seppur minima, era un’illusione. Dopo 40 minuti il piccolo viene portato via. Massimo rimane solo nel parco, senza alcuna spiegazione da parte del controllore. Il pupazzo di stoffa e le bolle di sapone che aveva regalato al piccolo rimangono con lui, abbandonati in terra. Dopo 15 giorni arriva il verbale del processo: Massimo può vedere il piccolo da mezz’ora ad un’ora e, per farlo, deve arrivare fino a Düsseldorf. “Così – secondo Moltoni – il tribunale cerca di scoraggiare i genitori stranieri a mantenere un rapporto con i propri figli”.

Come giustificazione viene allegata una perizia, fatta presso un’associazione legata allo Jugendamt da uno psicologo che, anche in questo caso, non ha mai incontrato il papà italiano. Bastano poche righe per spiegare la motivazione principale per diminuire i contatti tra il bimbo e massimo: “Bisognerebbe sospendere i contatti fino a quando Maxime sarà cognitivamente sviluppato e capirà che il sig. Moltoni è suo padre naturale […]. La padronanza linguistica di Maxime dovrà permettergli di esprimere di fronte al padre i suoi desideri e le sue necessità e soprattutto dovrà essere in grado di rispondere con un “No” ai desideri del padre”.

Lo scorso settembre, un altro processo. Moltoni avvisa il consolato italiano, chiede la loro presenza in aula ma glii viene negata per motivi di organico. “Il giudice non convoca neppure l’interprete – ricorda Massimo -, non mi lascia intervenire durante il processo dove, se non fossi andato, avrei pagato una penale di 25mila euro, e letteralmente detta quanto richiede la controparte. Mi si “offre” di vedere mio figlio sotto stretto controllo di estranei da mezz’ora ad un’ora per dieci volte in un anno. A loro non importa che devo percorrere oltre 2mila chilometri. E poi, perché dovrebbero controllarmi – chiede ancora Moltoni -? Nulla testimonia a mio sfavore eppure, solo per il fatto di non essere tedesco, vado tenuto sotto controllo”.

Massimo riesce a porre alcune domande al giudice a fine processo ma non ottiene risposte valide. La madre non risponde al telefono? Chiami la nonna. Hanno abbandonato in strada i suoi doni al bimbo? Glieli riporti. È venuto per il processo e vuole anche vedere il bambino? Non è possibile, se ne torni a casa.

“Come risponde il mio Paese a questi obbrobri – è l’appello di Massimo -? Come difende il mio Paese un bambino che è anche cittadino italiano?”.

Barbara Laurenzi – Italia chiama Italia